Impietose, scorrevano su di me come cera fusa, come lacrime di luce, le gocce del tempo.

Rintanata in quel piccolo angolo segreto rubato all'oscurità,

nell'assurda perfezione della tua assenza, vedevo consumarsi, una dopo l'altra,

le fatali candele che un giorno ormai lontano mi avevi recato in dono, pegni di amore e di eternità.

Giochi lenti e fantasia, mistero e parole cancellate, sì, proprio quel che eravamo.

Ma in ogni lontananza, in ogni molecola di stupore, in ogni stelo reciso, sapevamo di amarci.

E mentre sulle pareti della notte rimbalzava l'eco di mille sogni smembrati,

mi rannicchiavo nel protettivo tepore del cuscino, quel tepore, quel cuscino che erano anche i tuoi.

Ora, la banalità dei giorni, spessa come fumo, mi avvolge in note dissolventi,

in nuvole soffici di fiaba, in sapienti carezze di ghiaccio.

Raccogli dal letto i cristalli del sonno che piano ti abbandona,

e poi spargili a caso sul mio risveglio, e su quelli che verranno...